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Soggetto:
A Napoli e nel Casertano, la realtà violenta della camorra contamina ogni aspetto della vita.
Garrone estrae dal denso testo di R. Saviano cinque storie, che intreccia per formare un affresco duro e bruciante: il traffico di scorie tossiche, i lavoratori sfruttati al servizio delle grandi griffes, gli uomini d'affari compromessi col potere criminale, i ragazzini sedotti dalla violenza e dai soldi facili. Un esempio di cinema civile sostenuto però da un uso accorto e consapevole del linguaggio cinematografico.
La critica:
“Ho scritto la sceneggiatura insieme a maestri come Massimo Gaudisio, Ugo Chiti, Gianni di Gregorio e Maurizio Braucci. Maurizio, che per me è come un fratello, è stato preziosissimo. Lui ausculta come nessuno il ventre e il cuore di Napoli. All’inizio quando sono iniziate le riprese, oscurando il vero nome del film, ha avuto problemi con i clan e gli ambienti camorristici che volevano leggere la sceneggiatura, porre veti. E’ stata la festa a risolvere tutto. La festa mi dirai? Si, il piacere di girare un film sulla loro realtà. Le persone hanno deciso di farlo, hanno deciso che volevano recitare e così tutti, dai ragazzi di Scampia ai ragazzini Rom, hanno preso parte al film. I boss non hanno potuto che lasciar fare. Nelle Vele, a Scampia, c’era voglia di partecipare al film. Ognuno nella parte di se stesso, o quasi”. (Roberto Saviano)
Un manifesto nero su cui esplode la scritta fucsia Gomorra, scritta con caratteri “impact” e pesante come un macigno. Il nero dell’assenza, degli anfratti di Scampia, del baratro dell’esistenza, della morte improvvisa e banale, del sonno della ragione, dello stato che non c’è. Il fucsia, violento e invadente delle canzoni di Gigi D’alessio, dei trucchi troppo marcati sui visi di giovani donne già troppo vissute, delle magliette “Made in America” che servono per giocare a Scarface, delle docce solari che trasformano in “mostri”, delle macchine truccate che attraversano luccicanti l’inferno delle Vele. Gomorra potrebbe già essere tutto nell’estetica del manifesto, un contrasto allucinante dell’oscurità che nasconde e del colore che esplode, che riecheggia il perbenismo e la compostezza dell’imprenditore della camorra che smaltisce (?) i rifiuti con l’aiuto delle braccia nere della schiavitù e con i colori vivaci delle magliette dei piccoli Rom che guidano i camion, ma anche il divertimento e la spensieratezza dei “piccoli Gangster” che nel nero bruciato delle ville di Casal di Principe diventano emuli coloratissimi di Tony Montana e giocano a fare la guerra ai colombiani virtuali.
In Gomorra si spara nel vuoto del cielo plumbeo che sovrasta un mare che odora di morte; si spara di fretta perché non c’è tempo e la vita va bruciata il più in fretta possibile; si spara nei solarium, dove i “divi”della camorra emulano i divi televisivi e tra una manicure, una lampada, e una cura alle sopracciglia, improvvisamente arriva una pioggia di pallottole a stroncare sogni mai esistiti; si spara nel profondo della terra, sotto la superficie, perché è li che si diventa “grandi”; si spara tra le barriere di Scampia perché qualcuno l’ha deciso e c’è sicuramente qualcuno pronto a farlo perché “o sei con noi o sei contro di noi”; si spara per diecimila euro perché questo è il prezzo che vale una vita umana, poi, forse, arriva anche la motocicletta e allora “il colpo vale la pena”. Si spara e basta con armi sempre uguali e sempre diverse, che fanno rumori secchi, che sono lorde di sangue, che si nascondo sotto la maglietta taroccata o che si tengono su con l’elastico delle mutande.
In Gomorra si fa del bene, si aiutano gli amici che in cambio ti cedono un terreno dove puoi scaricare le scorie delle fabbriche; si favoriscono gli imprenditori del Nord che vogliono risparmiare sullo smaltimento dei rifiuti tossici e a cui importa solo “che il lavoro sia clean, come dicono gli americani”, perché in fondo è “così che funziona il sistema” e per salvare un operaio di Mestre bisogna far morire di tumore una famiglia a Mondragone; si va a lavorare per i cinesi, perché pagano di più, ma bisogna mettere in conto che gli amici possono non gradire e che una pallottola può sempre arrivare. Si deve scegliere, se stare con gli scissionisti o rimanere con il proprio clan perché “c’è la guerra e tu non ne puoi stare fuori”.
In Gomorra si assolvono tutti e non si condanna nessuno (ma vale anche il ragionamento inverso), perché tutti siamo responsabili, ma nessuno di noi si sente tale; si contano i soldi, a mazzette, a montagne, a spiccioli, e se poi finiscono, si può sempre fare una rapina. In Gomorra il Male è quotidiano, nascosto nella routine, vivo nei balli, chiuso negli abitacoli delle macchine, seduto negli uffici delle aziende, nascosto dietro le porte posticce delle Vele; ti aspetta su una spiaggia deserta, ti sbuca alle spalle, ti scopre dietro un finestrino rigato dalla pioggia, ti rapisce mentre sei tra le braccia di una prostituta…è ovunque e in nessun luogo. Lo stato è un ombra nella folla, un scritta sulla fiancata di una macchina metà azzurra e metà bianca, un lampeggiante che brilla nella notte fatiscente che scende dentro le Vele anche durante il giorno. Lo stato non c’è, perché “il sistema funziona così”.
L’uomo del Nord vede Gomorra e dice che ha Napoli è così. L’uomo del Sud vede Gomorra e dice che a Napoli è così, ma che dal Nord inquinano i nostri terreni. Il contadino vede Gomorra e dice che per mangiare si può vendere un terreno a chi vuole smaltire i rifiuti, tanto poi si copre tutto e si semina di nuovo. L’imprenditore vede Gomorra e dice che smaltire costa troppo, quindi se si può risparmiare è meglio, l’importante “è che sia clean, come dicono gli americani”. L’Italia vede Gomorra e dice “che il sistema funziona così”. Lo straniero vede Gomorra e ha paura…
Fabrizio Fogliato, "La Voce D'Italia" (quotidiano on-line, http://www.voceditalia.it), 17 maggio 2008
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