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Soggetto:
Walt Kowalski è un reduce della guerra di Corea: vedovo da poco, in rotta con i figli,
in cattivi rapporti con la gente del quartiere popolato ormai completamente da orientali.
Il suo unico orgoglio è la sua Ford Gran Torino del '72.
Quando però il giovane vicino Thao e la sorella Sung sono minacciati una gang,
supererà i propri pregiudizi razziali: il vecchio finira per essere per il ragazzo
come un padre.
La critica:
"L'ispettore Callaghan ha definitivamente chiuso nel cassetto la sua 44 Magnum. E se ha cambiato idea
Clint Eastwood - che al cinema ha incarnato "Dirty" Harry, lo stereotipo del giustiziere, e in politica, da
conservatore qual è, ha abbracciato le idee repubblicane - vuol proprio dire che negli Stati Uniti il vento
soffia in un'altra direzione. La prova sta tutta nell'ultimo, notevole film diretto e ottimamente interpretato
da Eastwood, 'Gran Torino': un'apologia della non violenza come risposta alla feroce brutalità della strada,
ma anche un invito alla tolleranza razziale, contro ogni pregiudizio; in definitiva, una storia di redenzione.
(...) A settantotto anni Eastwood con 'Gran Torino' - in uscita nelle sale italiane - offre, dunque, una lezione
di vita, oltre che un'altra superba pagina di cinema, inspiegabilmente ignorata nella notte degli Oscar.
Nelle quasi due ore di film - grazie alla brillante sceneggiatura di Nick Schenk, alla sua prima prova, e
all'accorta regia - si realizza la catarsi della figura del giustiziere, la cui presenza aleggia impalpabile
sul protagonista; un uomo che, nonostante l'età, risulta ancora credibile quando intima minaccioso: "Fuori
dalla mia proprietà!".
"Questo è il mio film più piccolo - ha detto il regista - ma anche il più personale. Non è tempo di poliziotti
estremi, ma di coraggio nel comprendere gli altri". Il messaggio è chiaro ed è diretto a tutti i Kowalski che,
sentendosi assediati da un mondo che cambia e che non riescono o non vogliono comprendere, credono ancora di
poter combattere una guerra personale." "
Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 13 marzo 2009
"Con 'Gran Torino' Clint Eastwood torna a dirigere se stesso a tre anni dal premio Oscar
'Million Dollar Baby'. Con lo stesso passo blues dei suoi titoli precedenti (in particolare 'Madison County'),
con la stessa cura maniacale e poetica per i particolari umani, con passione e amore per temi e personaggi scomodi (...).
Eastwood continua nella sua personalissima strada di osservazione di razze, religioni e differenze mettendo il
proprio occhio addosso agli individui, cercando di scavarne le superfici senza appassionarsi a retropensieri o
psicologismi, semplicemente accarezzandone i corpi. Ci fa spettatori del quotidiano, ma in una sorta di ralenti
che ci permette di assaporare tutte le sfumature. Che a volte fanno tutta la differenza. La sua è un'arte che
ormai porta un marchio, basta una prima inquadratura per capire che si tratta di lui, della sua firma, della sua
macchina. Che si muove sempre delicata e a ritmo. Lo schermo suona, quando gira Eastwood. Un ritmo lento,
nostalgico, con refrain appassionati e struggenti che sfumano verso il finale, lasciandoti addosso tracce di
verità e di sublime. Una partitura che il regista ormai esegue ad occhi chiusi e che noi ci godiamo ogni volta,
ogni volta meglio, ogni volta di più. "
Roberta Ronconi, 'Liberazione', 13 marzo 2009
"Clint Eastwood è magnifico nel personaggio: la sua sicurezza evoca il tempo dell'ispettore
Callaghan, il resto del film evoca il suo atteggiamento contemporaneo, i due elementi mescolati creano una figura
composita toccante, un impasto di rimorso e violenza. La faccia rugosa, il corpo esile, il modo atletico di
muoversi esprimono al meglio la fine d'un uomo forte di integrità e di coraggio." "
Lietta Tornabuoni, 'L'Espresso', 19 marzo 2009
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